“Dreamland”: Mostra fotografica di Barbara Luisi. Dal 10 luglio al 4 agosto 2014 nella sede della Fondazione Paolo Grassi a Martina Franca.
La Fondazione ospita l’esposizione fotografica che a marzo è stata presentata a Parigi presso il Musée Maison Européenne de la Photographie. Il vernissage è in programma giovedì 10 luglio 2014 alle ore 18.00 nell’ambito del ciclo d’incontri “Mettiamoci all’Opera”, nella sede della Fondazione Paolo Grassi – Ex Convento di San Domenico. La mostra sarà visitabile dal lunedì al venerdì dalle 10.00  alle 13.00 e dalle 17.00 alle 19.00. L’ingresso è libero.

Nella presentazione di Alessandra Mauro, dal titolo “Del mare e del cielo”, si legge quanto segue:

Descrivendo le meraviglie della fotografia, così come la quantità e la qualità delle immagini esposte nella esposizione della Société française de photographie del 1857, Ernest Lacan rimase particolarmente colpito dalle immagini di Gustave Le Gray. Non solo, e non tanto, perché le ritrovava in diverse parti dell’esposizione con soggetti diversi, ma perché a colpirlo furono soprattutto le incredibili, straordinarie marine del grande fotografo francese. Certo, le vedute di spiagge e litorali non erano soggetti nuovi neanche nella storia della fotografia, eppure le realizzazioni di Le Gray parevano poter sorprendere i visitatori, anche quelli più avvertiti. Cronista attento e solerte, Lacan sembra ammirare la serie di immagini nuove, appese ai muri e nate da un misto di genialità e pratica, di contemplazione e immediatezza, di costruzione lenta e precisa della visione e capacità tecnica. Lontano da ogni gusto bozzettistico, da ogni possibile impulso pittoresco, le realizzazioni di Le Gray appaiono differenti da quanto visto fino a quel momento e in grado di rendere, secondo le cronache, una visione veritiera ma ribaltata della natura. Nel suo resoconto, Lacan annota che in quelle grandi distese di acqua increspate dal vento, le navi senza vele continuano ancora a veleggiare senza fermarsi. I mari agitati, le onde alte, le nubi pesanti di pioggia, i raggi del sole che vivificano il paesaggio: tutto sorprende, al punto che le marine di Le Gray sono, al di là del confronto, completamente diverse da qualsiasi altra cosa fatta prima.

Di diverso c’è senz’altro la grandissima perizia, la capacità di combinare insieme diversi negativi per dare vita a nuove creazioni dove l’equilibrio tra le parti ha del miracoloso. Ma la grande novità risiede soprattutto nell’atto che la fotografia richiede, ora, prepotentemente allo spettatore. Chi è di fronte a queste immagini non deve domandarsi dove sia il luogo ritratto – a volte si riconosce, altre no – ma in che modo riesca a entrarci. Non il riconoscimento è richiesto, né la quieta approvazione, ma l’emozione. Guardiamo l’immagine e vi siamo dentro, assaporiamo il vento sul viso, lo scompiglio delle onde. Ci immergiamo nei bagliori del sole sulla superficie dell’acqua e ci abbandoniamo alla visione. Anche noi, insomma, contempliamo il paesaggio e con la contemplazione, ne siamo parte.

Questa è la novità della visione di Le Gray – una novità che condivide con la pittura di quegli anni: l’emozione irrompe prepotentemente nell’immagine e trasforma una veduta di mare e di cielo in una possibilità, per chi osserva, di provare un’esperienza personale e profonda. Di sentirsi parte della natura, con tutto il possibile soqquadro psicologico che questa immersione comporta, fino la vertigine della perdita dell’identità.

Barbara Luisi ha realizzato negli ultimi tempi una serie di incredibili visioni marine. Scegliendo per lo più vedute notturne, ha deciso di immergersi in un mondo onirico e regalarci i momenti significativi del suo sostare, apparentemente quieta ma di sicuro con gli occhi bene aperti, in quel territorio di passaggio tra veglia e sogno, quando un contorno di paesaggio diventa il luogo della mente e del corpo in cui poter vivere la contemplazione profonda. Quando tutto ci avvolge e ci compenetra.

Nelle sue tavole il colore si confonde e ci confonde. Nel buio intravediamo parti di cielo, di mare, di terra. E se pure riconosciamo elementi familiari, li vediamo trasformati e interpretati in modo sorprendente.

Sono immagini che ci obbligano a fermarci, quasi si impongono di fronte ai nostri occhi con una forza antica e inaspettata. Ci chiedono di non passare distratti ma di sostare attenti e di osservare. Di osservare il silenzio.

Barbara Luisi è una musicista e ha fatto dell’interpretazione musicale la chiave di volta della sua esperienza nel mondo. Uno spartito esiste; spetta al musicista suonarlo, renderlo vivo, riattualizzare la partitura in una nuova lettura autonoma, originale. Qualcosa che prima era silente ma che ora diventa vivida prova di esistenza, occasione di scambio e di partecipazione di tutto ciò che lo spartito racchiude in sé, comprese le emozioni e il sentimento di vivere.

Nella stessa maniera, il mondo esiste e spetta al fotografo offrirne un’interpretazione nuova, originale, profonda. Una interpretazione che riesca a esprimere quel sentimento insieme di vicinanza e distanza, quella felice vertigine della perdita dell’identità, appunto, che sola può essere il preludio a una diversa e più consapevole identità, ora più completa.

La serie Dreamland è proprio questo: una contemplazione delle immagini del mondo che conosciamo, in cui ci muoviamo e che frequentiamo, magari solo in ore diurne e “protette”, ma che ora vediamo in modo nuovo, nell’interpretazione personalissima e profonda che ci offre la fotografa. Sono le sue immagini del mondo che ci riempiono l’anima.

Da Le Gray in poi, il tema della marina ha interessato grandi interpreti della fotografia che hanno cercato nell’immensità delle superfici, nella possibile lontananza dello sguardo, nell’atmosfera che avvolge, congiungendoli, cielo e mare, quella possibilità di esercitare lo sguardo a essere insieme coinvolto e distante, profondamente immerso in quel che vive eppure lontano, in qualche modo “terzo”. Un esercizio che è poi alla base dell’azione del fotografo: contemplare e partecipare.

Anche Barbara Luisi si muove in questa direzione e combina gli atti della contemplazione e della partecipazione in modo autonomo e originale, toccando con mano ferma le corde della realtà nel punto di congiunzione tra la linea del mare e quella del cielo; nelle lunghe strade di sabbia che si perdono in lontananza, negli scenari tropicali freddi alla luce dell’alba, nei grandiosi e temibili temporali in alto mare, come fossero note di una partitura. Una partitura che esiste, è vero. Ma che nessuno fino ad ora aveva saputo far scaturire, con soini e immagini, in questo modo così avvolgente e pieno.

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